Here is the text that the writer Roberto Cesaro has read during the evening:
Venezia per me a un certo punto è passata da città dove andare in gita al ghetto ebraico con la scuola a città dove iscriversi all’università e poi fare lo studente pendolare.
il passaggio è stato traumatico a causa di una serie di fattori tra cui una segretaria antipatica che, il giorno in cui mi sono immatricolato, dopo aver preso il numeretto di attesa alla mattina presto, aver aspettato per ore il mio turno, dopo che già un precedente giorno avevo dovuto fare la stessa cosa soltanto per ritirare i moduli da compilare, dopo essere quindi tornato in segreteria con i documenti compilati e tutto quanto mi era stato richiesto... dopo tutto questo iter kafkiano fatto qualche mese prima dell’inizio dei corsi, nel 1994, quando non sapevo neanche dove fossero le sedi dei corsi, quando cominciassero chi potesse darmi le informazioni, insomma praticamente non sapevo niente perché non avevo ancora parlato di queste cose pratiche con nessuno studente che conoscessi, in quanto pensavo che ci fosse qualcuno all’interno dell’università che potesse darmi tutte le informazioni di cui avevo bisogno... insomma al momento che la segretaria mi ha finalmente passato dalla feritoia del vetro il modulo con il mio numero di matricola stampato sopra,
io l’ho guardata interrogativo e lei mi ha detto freddamente: sei immatricolato.
al che io, che avevo bisogno di tutte le informazioni basilari di cui sopra, le ho detto: sì ok, e adesso?
lei mi ha guardato come se fossi l’ultimo deficiente della terra e, con tono seccato, mi ha risposto: ADESSO STUDIA!
...
poi dopo, superato il trauma dell’immatricolazione, col tempo, venezia è diventata per me uno sfracello di cose come per esempio un labirinto molto coreografico dove percorrere sempre gli stessi tragitti stazione-università partorendo pensieri di ogni genere, a seconda degli umori.
ho preso ben pochi vaporetti perché camminare oltre che bello e salutare, è stato per me un modo di intervallare, diluire e alleggerire le ore, i fatti delle mie giornate di studente pendolare.
e camminando partorivo certi pensieri belli, che si insinuavano in mezzo agli altri brutti pensieri della giornata, li prendevano a calci in certi casi, si facevano largo nella calca di grigi pensieri quotidiani ed inquietudini legate al mio particolare modo di stare dentro all’universo.
da quando avevo quattordici anni fino ad oggi, ho imparato a diluire il peso dei miei giorni salendo sopra uno skateboard con una certa regolarità: sentire la tavola sotto i piedi come prolungamento del corpo genera in me una sensazione di trapasso proprio, di passaggio ad altro stato (di diventare nigga come Ron Allen o Gershon Mosley) di liberazione dalle catene del mio quotidiano ruolo...
incanalando le energie dentro alla tecnica dello skateboarding, scivolando sopra, intorno alle cose, muta la destinazione all’universo intero, perché in skateboard ogni città, studiata per le esigenze di tutti i giorni, diventa una pista un parco dei divertimenti: una scalinata può diventare un salto bello grosso, il muretto di un’aiuola o un corrimano diventano scivoli, una salita per disabili una rampa di lancio, eccetera eccetera...
così, allo stesso modo, proprio con questo stesso meccanismo metamorfico, dentro la mia testa di studente pendolare con la passione per lo skateboard, Venezia ha cominciato a diventare interamente skateabile, e me la sono skateata camminando, dentro i miei pensieri.
camminando immaginavo i masegni perfettamente lisci, e percorrere le fondamenta a palla in skate, passare dentro alle calli più strette sempre a cannone.
immaginavo gli angoli dei muretti delle fondamenta raccordati, resi cioè curvi e skateabili anch’essi, come se anziché muretti verticali con angolo di novanta gradi, fossero piccole paraboliche di cemento liscio carvabili, cioè percorribili in skate prendendo velocità grazie ad un particolare tipo di spostamento del peso e spinta muscolare che permette di salire sulle curve paraboliche aumentando la velocità...
ogni skateboarder quando guarda una città pensa alle manovre che potrebbe farci sopra, come potrebbe sfruttare ogni angolo per divertirsi, ma la forma delle città comunemente è piuttosto squadrata e come tale si adatta a fare prevalentemente alcuni tipi di manovre che possono essere definite street, in opposizione invece a quelle che si fanno negli skateparks, dalle forme curve e arrotondate:
ecco Venezia, pensavo dentro la mia testa camminando, è una città in controtendenza anche in questo: perché è una città TONDA, a ben immaginare...
pensavo Venezia città-skatepark, dentro la mia testa.
passavo vicino a un ponte in muratura e lo guardavo: era un arco di pietra.
bastava capovolgerlo, così come ogni skateboarder capovolge la logica architettonica di ogni città, ed ecco che il ponte diventava un half pipe, una rampa a U, tutta da skateare.
così nel mio tragitto dalla stazioni alle sedi universitarie, in mezzo ai miei pensieri quotidiani, spesso e volentieri mi sono immaginato di skateare i ponti rovesciati e di farci sopra manovre pesanti!
ma non è tutto:
quelle piscine americane vuote con il pavimento arrotondato che i pionieri dello skateboarding dagli anni sessanta hanno cominciato a skateare, imparando a sfruttarne le forme lisce e curve e arrotondate, scivolando poi sui bordi e giungendo infine a saltarne fuori compiendo spettacolari evoluzioni... quelle piscine che poi hanno fornito l’idea costruttiva delle rampe a U, che sono nel corso degli anni diventate una specialità particolare dello skateboarding, piscine a volte abbandonate e riempite dai writers di graffiti colorati...
non è che ce ne siano molte in Italia di piscine fatte così, e neanche di bowl, il tipo di pista che da quelle piscine ha mutuato la forma.
a Venezia invece mi sono accorto che è pieno, e sono tutte completamente graffittate con inusitata maestria!
però, piccolo particolare... sono capovolte e sospese a parecchi metri di altezza: all’interno delle chiese!
le cupole e le volte delle chiese veneziane sono raffinatissime bowl graffittate da maestri della storia dell’arte universale, skateabili col pensiero in religioso silenzio, con lo zaino in spalla prima di andare a lezione o nelle pause, immaginando la straordinarietà delle linee e manovre con cui ci si potrebbe sbizzarrire se solo fossero state fabbricate dalla parte giusta, e cioè al rovescio.
mentre i fedeli pregavano, io mi immaginavo di skateare il soffitto delle chiese rovesciato, a palla proprio, a cannone e ammostro anche! uscendo veramente molto dai bordi e chiudendo manovre incredibili!
conferendo una dimensione vitale anche agli affreschi, sottratti al puro estatico sguardo e vissuti in maniera tattile, corporea, passandoci sopra con le ruote e rotolandoci anche sopra con il corpo, durante le inevitabili cadute.
io seduto nelle chiese mi sono immaginato inoltre di graindare i bordi lisci perfetti dei gradini degli altari e slideare i banchi o saltarmi via le sedie, fare manovre da flat sul pavimento liscissimo, inondando quel silenzio di vitale frastuono di skateboarding, apprezzandone anche l’eco.
...
ed è anche grazie a questi voli immaginari, a queste fantasie, che negli anni i miei pensieri neri si sono diluiti e colorati, e sono sopravvissuto fino ad oggi a raccontare

